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L’accessibilità e il calcio giocato

Quale rapporto lega l’accessibilità e il gioco del calcio? Il nesso mi è balzato agli occhi davanti a un cappuccino, al bar, mentre assistevo all’ennesima discussione di calcio senza capo né coda.

Non si offendano gli sportivi: a me il calcio piace e mi piace anche parlarne. Ma – ancor più – mi piace vederlo giocare, non c’è dubbio.

Ecco, lo stesso vale per l’accessibilità (e anche in questo caso non si offendano i professionisti che la praticano). Mi pare infatti che con l’accessibilità accada qualcosa di simile a ciò che succede col calcio. Da che è diventata legge anche in Italia, ovunque spuntano capannelli di persone che, armati di tabelle e check-list (anziché della Gazzetta), si sfidano a una sorta di nuova battaglia navale. Qualcosa di simile accadde con l’usabilità, quando sbarcò in Italia.

Sinceramente, non credo che questo giovi molto né alla divulgazione dell’accessibilità né al web in generale. Come una bella partita, preferisco chi l’accessibilità la fa, nella discrezione e nella sostanza: intendendola cioè come un metodo di progettazione a tutti gli effetti. Personalmente, ritengo più utile parlare di buon senso piuttosto che di chirurgia nucleare – come direbbe Krug.

Un caso esemplare delle conseguenze nefaste che un eccessivo attaccamento alle ‘leggi’ può provocare è quello del contrasto fra i colori. Il W3C ha elaborato un algoritmo che permetterebbe di controllare in modo automatico il grado di contrasto fra testo e sfondo. Peccato che in molti casi non funzioni, producendo sia falsi positivi sia falsi negativi. Il controllo automatico è un ausilio e non può essere sostituito a quello umano. E così pure le linee guida e i requisiti sono degli indicatori che non possono essere sempre assolutizzati.

In generale, quindi, mi pare di assistere a un paradosso: quello della accessibilità ‘parlata’ opposta alla accessibilità ‘giocata’ sul campo. Speculare al binomio calcio parlato versus calcio giocato.