Di macis e di pepe. La scrittura tra olfatto e udito

Cosa accade se un testo, più che la vista, va a sollecitare il nostro senso dell’udito e dell’olfatto?

Questa storia ha a che a fare con suoni e profumi. Comincia un pomeriggio di giugno in un cinema semideserto di molti anni fa, e prosegue una sera di maggio in un giardino. Da un lato un film, dall’altro un libro: ma in questa storia immagini e scrittura si intrecciano continuamente. A legare questi capi, ci sono le parole di un regista. Che scrive:

Nei miei film il suono ha sempre una grande importanza: concepii L’amore molesto addirittura a partire dai suoni che il romanzo di Elena Ferrante evocava nella mia mente (Mario Martone, Tuttolibri, 23 aprile 2022).

Udito: L’amore molesto

Ecco cosa mi aveva colpito così tanto nell’Amore molesto, il primo capo di questa storia. Appena ho letto le parole di Mario Martone, immediatamente nella mia memoria sono scattati i ricordi vividi, uditivi e olfattivi, del pomeriggio di giugno in cui vidi per la prima volta al cinema L’amore molesto. Era un pomeriggio di pioggia, l’ultimo anno dell’università; oltre allo scrosciare dell’acqua ricordo l’odore acre delle foglie macere per terra. Sensazioni che nella memoria si fondono con quelle stesse del film.

A plasmare l’incanto di quell’esperienza furono soprattutto i suoni. Nella Napoli dell’Amore molesto il suono è l’elemento portante; la luce arriva dopo, a rafforzare il senso delle suggestioni sonore. Suggestioni sempre in bilico fra due poli opposti: da un lato la città gremita, sovraccarica – le strade intasate, i clacson delle auto, il vociare disordinato; dall’altro quella appartata, rarefatta – il rumore di una macchina da cucire a pedale che quasi culla Delia bambina, gli ziti spezzati con le mani, il chioccolio dell’acqua nelle terme di Pozzuoli. Prima ancora che con la luce, Martone ha scritto il suo film con i suoni.

Olfatto: Il Giardino degli Aranci

Veniamo ora all’altro capo della storia. Al libro e al maggio, questo maggio 2022. Qui, più che l’udito, a fare de leitmotiv sono gli odori. Già nel titolo: Il Giardino degli Aranci. È il nuovo romanzo, aereo e primaverile, di Dario Voltolini. Eccone qualche assaggio.

La fluorescenza di Luciana aveva colonizzato tutte le facoltà di Nino Nino, lui non aveva spazio per null’altro. Solo quella luce specchiante e musicale, quel lontano ma persistente profumo di viola e vaniglia (p. 21).

Il suo era un profumo antico e strano, che ritornò molti anni dopo in mente a Nino Nino la prima volta che assaggiò un liquore speziato di cardamomo, al ristorante Gandhi (p. 30).

Il nervosismo che lei portava era figlio del vento, sapeva di fresco, profumava i minuti in cui c’era di basilico e limone (p. 59).

E, benché il vento provenisse da occidente, c’era quel giorno nell’aria una profumazione inconsueta, fatta di spezie orientali, misti al salmastro del Tirreno […] L’atmosfera era sabbiosa, profumata di macis e di pepe (p. 73).

Cortocircuiti sensoriali: tra suoni, profumi, cinema e letteratura

I cinque sensi cominciano a svilupparsi già nelle prime settimane di vita del feto, e sono già presenti al momento della nascita. Il senso gusto-olfattivo e quello uditivo sono fra i primi a svilupparsi, e precedono la vista. Quando siamo ancora nel grembo materno siamo in grado di percepire i sapori e gli odori del liquido amniotico attraverso l’organo vomeronasale (e di riconoscere così l’odore della mamma). Nell’utero percepiamo anche i suoni, le voci, il loro ritmo e la loro tonalità (e attraverso questi anche l’umore del genitore).

Questi sensi plasmano le nostre prime esperienze. Proprio per questo, durante lo sviluppo successivo e fino all’età adulta, olfatto e udito conservano lo status di canali d’accesso privilegiati alla nostra sfera emotiva e affettiva profonda, capaci quindi di generare risposte più dirette e im-mediate rispetto alla vista. A maggior ragione in un mondo come il nostro, in cui la vista è il senso più sollecitato, e perciò stesso anche il più saturo e assuefatto. E l’attenzione un bene sempre più scarso.

Sfruttare la componente sonora e ritmica della scrittura, far leva sui canali sensoriali più ancestrali come l’olfatto e l’udito significa sprigionare appieno la potenza evocativa della parola, attingere alle dimensioni più profonde della nostra sfera emotivo-affettiva. Il linguaggio preverbale del bambino non è un linguaggio immaturo o povero, ma una lingua a tutti gli effetti, autonoma, che attraverso la sua forte componente ritmica e musicale ha un’intensa connotazione emotiva. Questa dimensione pre- o trans-linguistica si ritrova spesso nella poesia: spingendo il linguaggio al limite, oltre il significato codificato dalla grammatica e dall’uso, la poesia aumenta il potere evocativo della parola, che torna ad essere anzitutto suono, ritmo, musica.

Ma tutto ciò non vale solo per la letteratura, il cinema, la musica: vale per ogni forma di scrittura, che sia fatta di parole, immagini o altro ancora.

Aulì aulè
sacripante carcadè
barbagianni scimpanzé
a star fuori tocca a te.
(Cónta)

i miei sogni se li è presi
l’uomo nero e non li ha resi
l’uomo nero che li tiene
e ti trattiene un anno intero
(Vinicio Capossela, Marajà)

Visioletture

Di Mario Martone, oltre a L’amore molesto, consiglio Morte di un matematico napoletano.

Di Dario Voltolini, consiglio il racconto Attacchi di memoria, un capolavoro. Il racconto è contenuto nella raccolta 10; (non tutti i racconti di 10 sono allo stesso livello, ma Attacchi di memoria vale l’intero libro).

* Immagine in copertina: Bottle icons, Freepik – Flaticon.