Il principio del minimo sforzo

Quando cerchiamo o gestiamo l’informazione tendiamo a usare le strategie che richiedono minore sforzo: non è una questione di pigrizia ma la conseguenza di un principio fondamentale di funzionamento del nostro cervello, il principio del minimo sforzo.

Foto: Gordon Joly, Flickr.

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Il principio del minimo sforzo afferma che persone e animali per raggiungere un obiettivo scelgono naturalmente il percorso che comporta minore resistenza o sforzo. Questo principio trova applicazione in molteplici campi, dalla biologia fino alla human-computer interaction e alle scienze dell’informazione. In quest’ultimo ambito, il principio del minimo sforzo predice che nella ricerca dell’informazione le persone privilegiano le strategie che richiedono minor sforzo cognitivo; al punto tale da accettare anche contenuti di minore qualità o affidabilità pur di non ricorrere a strategie di ricerca che richiedono maggiore sforzo.

Scenari

Alcuni esempi del principio del minimo sforzo in azione sono descritti da Kara Pernice (Nielsen Norman Group) nell’articolo Why Designers Think Users Are Lazy: 3 Human Behaviors.

Inerzia del dispositivo

L’inerzia del dispositivo (device inertia) è la tendenza di una persona a non cambiare il dispositivo che sta utilizzando (ad es. lo smartphone) anche se ne ha a portata di mano uno migliore (tablet, laptop o pc desktop), che permetterebbe cioè di portare a termine con maggiore facilità l’obiettivo che sta perseguendo.

L’inerzia del dispositivo avviene quando una persona, pur avendo a portata più dispositivi, continua a utilizzare quello con cui sta attualmente lavorando anche quando un dispositivo diverso sarebbe molto più adatto per l’attività in corso (Kara Pernice, Why Designers Think Users Are Lazy).

Behavior momentun

Il behavior momentum è la tendenza a perpetuare un comportamento (ad es. i passi necessari per portare a termine un compito) anche quando vi siano procedimenti più rapidi o più facili per raggiungere il medesimo obiettivo. (Behavior momentum, difficilmente traducibile in italiano, è un concetto della psicologia comportamentale che esprime appunto una resistenza al cambiamento). Anche in questo caso è in gioco una tendenza all’inerzia che porta a mantenere inalterato un comportamento anche quando scomodo o poco produttivo rispetto ad altre alternative disponibili.

Le persone non sempre cercano il percorso più diretto: spesso preferiscono seguire un percorso più lungo perché il loro scopo è soltanto portare a termine un compito. Se gli viene in mente che potrebbe esserci un percorso migliore, pensano o che non lo troveranno o che ci vorrebbe troppo per provarlo (Kara Pernice, Why Designers Think Users Are Lazy).

A spiegazione di questi comportamenti, Kara Pernice adduce il rapporto costo/beneficio: il cambiamento di comportamento è percepito come un costo troppo alto se paragonato ai benefici che ne deriverebbero. In realtà, queste tendenze sono riconducibili al principio del minimo sforzo. Un principio cognitivo fondamentale che regola il nostro comportamento non solo in ambito digitale ma in numerose sfere del nostro agire quotidiano.

Principio del minimo sforzo

Il principio è stato formulato per la prima volta dal linguista George Kingsley Zipf nel 1949 (anche se già altri studiosi, in precedenza, avevano riscontrato regolarità simili). In seguito è stato esteso alla human-computer interaction e alla ricerca dell’informazione (information seeking behaviour).

Il principio del minimo sforzo predice che nella ricerca di un’informazione le persone minimizzano lo sforzo per ottenerla anche se questo significa accettare risorse di minore qualità. In pratica, questo vuol dire che le persone tendono a usare le strategie di ricerca a minor costo cognitivo rispetto a quelle a maggior costo cognitivo. Le strategie più “economiche” sono quelle passive o che richiedono minore consapevolezza circa l’item ricercato, come il divenire consapevoli di qualcosa senza averla ricercata o il monitoraggio; quelle più “costose” sono quelle attive o che necessitano maggiore consapevolezza circa l’item ricercato, come il searching e il browsing. Più nel dettaglio, gli studi affermano che la quasi totalità del nostro bagaglio conoscitivo (circa il 94%) deriva da una modalità passiva di acquisizione dell’informazione.

Le strategie con cui ricerchiamo l’informazione

Quattro strategie fondamentali di ricerca dell’informazione

Cibo e informazione: l’informazione come cibo

Questa tendenza si spiega anche considerando la prospettiva evolutiva. Le strategie che usiamo per la ricerca dell’informazione derivano direttamente da quelle che i nostri antenati del paleolitico superiore utilizzavano per procurarsi il cibo. L’uomo cacciatore-raccoglitore spendeva la maggior parte del giorno cacciando animali o raccogliendo frutta e radici. Durante le battute di caccia si lasciava guidare da indizi come impronte, arbusti, odori, scegliendo o aggiustando il percorso in base a quanto gli indizi rivelavano, “accontentandosi” di ciò che trovava.

L’area antica del nostro cervello preposta alla ricerca del cibo è stata via via adattata alla ricerca dell’informazione. In un’economia non solo basata ma dipendente dall’informazione, l’informazione è la preda che oggi dobbiamo cacciare. Il principio del minimo sforzo è quindi diretta conseguenza di un comportamento acquisito nel corso di millenni: e in particolare di quella naturale propensione del nostro cervello primitivo ad acquisire la maggioranza delle sue conoscenze attraverso la relazione con i propri pari e con l’ambiente. Vale a dire attraverso l’assorbimento involontario: sono le informazioni a venire verso di noi anziché il contrario.

Questa propensione al minimo sforzo di intreccia oggi con il problema del sovraccarico informativo e delle nuove tecnologie dell’informazione. Nella società contemporanea, la ricerca e la gestione dell’informazione richiede la padronanza di strumenti complessi per l’accesso ad essa. Le strategie di ricerca attiva e consapevole richiedono quindi uno sforzo doppio: il passaggio da un comportamento a minor costo cognitivo ad uno a maggior costo; l’acquisizione di competenze tecniche specifiche.

Il connubio di information overload e minimo sforzo può produrre danni molto seri se non governato con attenzione: dal digital divide nel senso di capacità d’uso delle ICT, a un digital divide in senso di comprensione delle logiche profonde, semantiche soggiacenti alle ICT. Questo secondo divide è quello più pericoloso: posso scegliere di accontentarmi del primo risultato che Google mi propone per una ricerca, ma un conto è se sono consapevole delle implicazioni di questa scelta, un altro se ritengo quel risultato la risposta.

Conseguenze per lo user experience design

È evidente che il principio del minimo sforzo ha una ricaduta importante sul modo in cui dovremmo progettare architetture informative, interfacce, sistemi di ricerca ed esperienze in genere. E tale principio può essere usato tanto in modo virtuoso, per progettare sistemi a misura di persona, quanto in modo disonesto. Molti dark pattern, fake news, truffe basano la propria efficacia proprio sulla nostra naturale propensione al minimo sforzo.

Il profumo dell’informazione

I motori di ricerca in particolare, dovrebbero venire incontro alle persone, fornire indizi, suggerimenti, anticipare le mosse, dare la possibilità di aggiustare il tiro. Proprio come gli uomini primitivi si basavano su tracce e odori per scegliere o modificare il loro tragitto.

I sistemi che sfruttano la classificazione a faccette, ad esempio, tendono a privilegiare i “pieni” ai “vuoti”: etichette, filtri e altri strumenti dell’interfaccia sono spazi già popolati, dei pieni che vengono incontro all’utente e ne anticipano le mosse, laddove altri sistemi hanno invece campi di input, cioè dei vuoti che “scaricano” sull’utente tutto il lavoro. I “pieni” funzionano quindi come indizi, come odori o profumi che aiutano l’utente a trovare la pista giusta, così come gli uomini primitivi (e ancora oggi gli animali) si basano sugli odori e altri segnali di prossimità per trovare il cibo. Si parla per questo di profumo dell’informazione.

Il profumo dell’informazione

Esempi e case history

Netflix

Netflix ha fatto del minimo sforzo la sua cifra più rappresentativa. Dinanzi a un catalogo vastissimo le persone che non hanno già le idee chiare su cosa vedere potrebbero avere serie difficoltà a scegliere: Netflix risolve il problema alla radice attraverso un meccanismo di personalizzazione molto sofisticato che fa sì che sia il film a trovare lo spettatore anziché il contrario. La volontà di favorire una modalità passiva di acquisizione dell’informazione e di non far sforzare l’utente porta la piattaforma a limitare drasticamente le modalità attive di ricerca dell’informazione (searching e browsing). Per la stessa ragione, Netflix occulta il sistema a faccette soggiacente alla classificazione dei film, mostrando invece solo alcuni dei generi e sottogeneri che ne derivano.

Anatomia di Netflix. Architettura dell’informazione e user experience

Spotify

Spotify segue una strategia simile a quella di Netflix. Un catalogo con milioni di brani potrebbe creare difficoltà di scelta in chi non sa cosa ascoltare, o non ricorda bene il titolo o l’autore di un brano. Spotify risponde a questa difficoltà anticipando le mosse del cliente, offrendo playlist già pronte in base alla situazione e allo stato d’animo, suggerendo artisti e brani collegati a quelli ascoltati e così via. Anche in questo caso non siamo più noi ad andare verso la musica ma la musica a venire verso di noi.

Anatomia di Spotify. Architettura dell’informazione e user experience