Il principio del minimo sforzo
Quando cerchiamo o gestiamo l'informazione tendiamo a usare le strategie che richiedono minore sforzo: non è una questione di pigrizia ma la conseguenza di un principio fondamentale di funzionamento del nostro cervello, il principio del minimo sforzo.
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Indice
Il principio del minimo sforzo afferma che per raggiungere un obiettivo scegliamo naturalmente il percorso che comporta minore resistenza o sforzo. Questo principio trova applicazione in molteplici campi, dalla biologia fino alla human-computer interaction e alle scienze dell’informazione. In quest’ultimo ambito, il principio del minimo sforzo predice che nella ricerca dell’informazione le persone privilegiano le strategie che richiedono minor sforzo cognitivo; al punto tale da accettare anche contenuti di minore qualità o affidabilità pur di non ricorrere a strategie di ricerca che richiedono maggiore sforzo.
Scenari
Alcuni esempi del principio del minimo sforzo in azione sono descritti da Kara Pernice (Nielsen Norman Group) nell’articolo Why Designers Think Users Are Lazy: 3 Human Behaviors.
Inerzia del dispositivo
L’inerzia del dispositivo (device inertia) è la tendenza delle persone a non cambiare il dispositivo che stanno usando (smartphone, tablet ecc.) anche quando hanno a disposizione un dispositivo che permetterebbe di raggiungere l’obiettivo con maggiore facilità. Ad esempio, mi capita spesso vedere mia mamma arrabattarsi per cercare di leggere sullo smartphone documenti elaborati ricevuti via email (fogli di calcolo, disegni di progetti ecc.); ogni volta le chiedo perché non si sposti al computer (dato che è a casa), e ogni volta lei continua a lottare con lo smartphone.
Momentum behavior
Il momentum behavior è la tendenza a perpetuare un comportamento (come i passi necessari per portare a termine un compito) anche quando vi siano procedimenti più rapidi o più facili per raggiungere il medesimo obiettivo. Ad esempio, per ritrovare un articolo in un sito web che consulto spesso è una mia abitudine usare il menu anziché il motore di ricerca (pur conoscendo il titolo dell’articolo); evidentemente, anche se più lunga in termini di passaggi, la navigazione da menu è per me più spontanea, la percepisco come più familiare e quindi meno onerosa in termini cognitivi.
Il momentum behavior è un concetto della psicologia comportamentale che indica una resistenza al cambiamento. Anche in questo caso è in gioco una tendenza all’inerzia che porta a mantenere inalterato un comportamento anche quando scomodo o poco produttivo rispetto ad altre alternative disponibili.
A spiegazione di questi comportamenti, Kara Pernice adduce il rapporto costo/beneficio: il cambiamento di comportamento è percepito come un costo troppo alto se paragonato ai benefici che ne deriverebbero. In realtà, queste tendenze sono riconducibili al principio del minimo sforzo. Un principio cognitivo fondamentale che regola il nostro comportamento non solo in ambito digitale ma in numerose sfere del nostro agire quotidiano.
Principio del minimo sforzo
Il principio del minimo sforzo è stato formulato per la prima volta dal linguista George Kingsley Zipf nel 1949 (anche se già altri studiosi, in precedenza, avevano riscontrato regolarità simili). In seguito è stato esteso alla human-computer interaction e alla ricerca dell’informazione (information seeking behaviour).
Il principio del minimo sforzo predice che nella ricerca di un’informazione le persone minimizzano lo sforzo per ottenerla anche se questo significa accettare risorse di minore qualità. In pratica, questo vuol dire che le persone tendono a usare le strategie di ricerca a minor costo cognitivo rispetto a quelle a maggior costo cognitivo. Le strategie più “economiche” sono quelle passive o che richiedono minore consapevolezza circa l’item ricercato, come il divenire consapevoli di qualcosa senza averla ricercata o il monitoraggio; le strategie più “costose” sono quelle attive o che necessitano maggiore consapevolezza circa l’item ricercato, come il searching e il browsing. Più nel dettaglio, gli studi affermano che la quasi totalità del nostro bagaglio conoscitivo (circa il 94%) deriva da una modalità passiva di acquisizione dell’informazione.
Le strategie con cui ricerchiamo l’informazione
Questa tendenza si spiega anche in chiave evolutiva. Le strategie che usiamo per la ricerca dell’informazione derivano direttamente da quelle che i nostri antenati del paleolitico superiore utilizzavano per procurarsi il cibo. L’uomo cacciatore-raccoglitore spendeva la maggior parte del giorno cacciando animali o raccogliendo frutta e radici. Durante le battute di caccia si lasciava guidare da indizi come impronte, odori, tipo di vegetazione scegliendo o aggiustando il percorso in base a quanto gli indizi rivelavano, “accontentandosi” di ciò che trovava.

L’area antica del nostro cervello preposta alla ricerca del cibo è stata via via adattata alla ricerca dell’informazione. In un’economia non solo basata ma dipendente dall’informazione, l’informazione è la preda che oggi dobbiamo cacciare. Il principio del minimo sforzo è quindi diretta conseguenza di un comportamento acquisito nel corso di millenni: e in particolare di quella naturale propensione dell’uomo primitivo ad acquisire la maggioranza delle sue conoscenze attraverso la relazione con i propri pari e con l’ambiente. Vale a dire attraverso l’assorbimento involontario: erano le informazioni ad andare verso di lui anziché il contrario.
Ricerca del cibo e ricerca dell’informazione
Sul web come uomini delle caverne? Dalla raccolta delle bacche alla navigazione
Minimo sforzo e information overload
Questa propensione al minimo sforzo si intreccia oggi con il problema del sovraccarico informativo e delle nuove tecnologie dell’informazione. Nella società contemporanea la ricerca, l’accesso e la gestione dell’informazione richiedono la padronanza di strumenti complessi. Nel momento in cui dobbiamo attuare ricerche mirate, ci viene richiesto uno sforzo doppio: il passaggio da strategie passive di information seeking a strategie attive; l’acquisizione di competenze tecniche specifiche.
Il connubio di information overload e minimo sforzo può produrre danni molto seri se non gestito con attenzione, come il passaggio da un digital divide relativo alle capacità d’uso delle ICT, a un digital divide relativo alla consapevolezza delle logiche soggiacenti alle ICT. Questo secondo digital divide è quello più pericoloso: posso scegliere di accontentarmi del primo risultato che Google mi propone per una ricerca, ma un conto è se sono consapevole delle implicazioni di questa scelta, un altro se ritengo quel risultato la risposta.
Il profumo dell’informazione

È evidente che il principio del minimo sforzo ha una ricaduta importante sul modo in cui dovremmo progettare architetture informative, interfacce, sistemi di ricerca ed esperienze in genere. Siti, applicazioni e motori di ricerca dovrebbero venire incontro alle persone, fornire indizi, suggerimenti, anticipare le mosse, dare la possibilità di aggiustare il tiro. Proprio come tracce e odori fornivano indicazioni all’uomo del neolitico per scegliere o modificare il suo percorso.
I sistemi di ricerca che sfruttano la classificazione a faccette, ad esempio, funzionano in questo modo perché tendono a privilegiare i “pieni” ai “vuoti”. Le faccette, fornendo una lista di etichette già pronte all’uso, sono dei “pieni”, sono cioè degli indizi e stimoli che anticipano le mosse dell’utente. All’opposto, i form e i campi di input dei sistemi di ricerca più tradizionali sono letteralmente dei “vuoti” che l’utente deve sforzarsi di riempire. I “pieni” funzionano quindi come tracce, come odori o profumi che aiutano le persone a trovare la pista giusta; così come gli uomini primitivi si basavano sugli odori e altri segnali di prossimità per trovare il cibo (gli animali lo fanno tuttora). Si parla per questo di profumo dell’informazione.
Esempi e case history
Netflix


Netflix ha fatto del minimo sforzo la sua cifra più rappresentativa. Dinanzi a un catalogo vastissimo le persone che non hanno le idee chiare su cosa vedere potrebbero avere serie difficoltà a scegliere. Netflix risolve il problema alla radice attraverso un meccanismo di personalizzazione molto sofisticato che fa sì che sia il film a trovare lo spettatore anziché il contrario. La volontà di favorire una modalità passiva di acquisizione dell’informazione e di non far sforzare l’utente porta la piattaforma a limitare drasticamente le modalità attive di ricerca dell’informazione (searching e browsing). Per la stessa ragione, Netflix occulta il sistema a faccette soggiacente alla classificazione dei film, mostrando invece solo alcuni dei generi e sottogeneri che ne derivano.
Anatomia di Netflix. Architettura dell’informazione e user experience
Spotify

Spotify segue una strategia simile a quella di Netflix. Un catalogo con milioni di brani potrebbe creare difficoltà di scelta in chi non sa cosa ascoltare, o non ricorda bene il titolo o l’autore di un brano. Spotify risponde a questa difficoltà anticipando le mosse del cliente, offrendo playlist già pronte in base alla situazione e allo stato d’animo, suggerendo artisti e brani collegati a quelli ascoltati e così via. Anche in questo caso non siamo più noi ad andare verso la musica ma la musica a venire verso di noi.
Anatomia di Spotify. Architettura dell’informazione e user experience
iTunes

Anche se iTunes non esiste più, la sua filosofia e la sua interfaccia hanno fatto da apripista a tante altre applicazioni venute dopo (come la stessa Spotify). Studiarlo ha quindi ancora senso. La possibilità di ricercare un brano attraverso molteplici criteri (faccette) rende il sistema molto flessibile e in grado di adattarsi a molteplici esigenze e strategie di ricerca. Ma soprattutto il sistema a faccette aiuta a diffondere il profumo dell’informazione, cioè quegli indizi e segnali che aiutano le persone a orientarsi.
