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Numeri magici e altri falsi miti sul design dei menu

Quante voci al massimo dovrebbe contenere un menu? E qual è il numero di livelli da non superare? Di questi aspetti e della loro implicazione sul processo di scelta si è discusso a lungo, e qualcuno ha letteralmente dato i numeri.

A volte ritornano. Pensi che certi miti siano ormai definitivamente sfatati e invece di tanto in tanto eccoli riapparire.

Magico numero 7 e design dei menu

Ampiezza dei menu: il falso mito del magico numero sette

Un mito di lungo corso sostiene che l’ampiezza di un menu non dovrebbe superare sette più o meno due voci, perché questo è il numero di elementi che la nostra memoria a breve termine può trattenere. (Per “ampiezza” di un menu si intende il numero di voci presentate insieme su uno stesso livello). Tuttavia, basta riflettere un po’ per capire che coi menu la memoria non c’entra: un menu è concepito per essere scorso, non imparato a memoria. L’equivoco deriva dall’errata generalizzazione di un famoso studio dello psicologo George Miller, The Magical Number Seven, Plus or Minus Two: Some Limits on our Capacity for Processing Information. Non è in discussione la qualità dello studio, ma la sua applicazione al design dei menu.

Numerose ricerche smontano in modo inequivocabile la validità del “magico numero sette” nel design dei menu. Ecco quanto scrive ad esempio il sito UX Myths.

Limitare il numero di voci in un menu o in una tendina al magico numero 7 di George Miller è una costrizione inutile. La teoria originale di Miller sostiene che le persone non possono conservare nella memoria a breve termine più di 7 item alla volta (più o meno 2). Tuttavia, in una pagina web le informazioni sono visivamente presenti, le persone non devono memorizzare nulla e quindi possono facilmente gestire un numero più ampio di scelte.

Alcune ricerche dimostrano ad esempio che menu ampi e poco profondi possono funzionare persino meglio di menu [stretti e] più profondi. Anche le homepage ricche di link di molti e-commerce, come quella di Amazon con più di 90 categorie di prodotti, sono risultate più usabili rispetto a homepage con pochi link (UX Myths, Choices should always be limited to 7+/-2).

A sostegno dell’infondatezza del magico numero sette nel design dei menu, UX Myths cita numerose fonti autorevoli.

Anche la Interaction Design Foundation è molto esplicita al riguardo.

Nel suo articolo originale, Miller sosteneva che il numero massimo di item […] che può essere processato dalla nostra memoria di lavoro è 7 +/- 2. In altre parole, la nostra memoria di lavoro funziona in modo più efficace quando una stringa d’informazione è suddivisa in chunk [blocchi] di 5-9 elementi. […]

Lo scopo principale del chunking [cioè di questa scomposizione in blocchi] è quello di migliorare la memoria di lavoro. Il chunking, quindi, non va utilizzato quando l’informazione dev’essere cercata, scansionata o analizzata. I risultati dei motori di ricerca sono un esempio d’informazione che non deve essere memorizzata e che pertanto non ha bisogno di essere scomposta in chunk. […]

Insomma, il chunking non dovrebbe essere usato come argomentazione per migliorare la semplicità, la leggibilità o l’organizzazione della pagina (Interaction Design Foundation, The Glossary of Human Computer Interaction).

Profondità del menu: il falso mito del magico numero tre

Anche la profondità di un menu (cioè il numero di livelli che contiene) ha i suoi falsi miti. Riguardo alla profondità si è detto che un menu non dovrebbe superare i tre livelli, e che ogni pagina di un sito non dovrebbe distare più di tre clic dalla homepage. Ma anche in questo caso studi e test sul campo hanno smentito la regola.

Sia nel caso dell’ampiezza sia in quello della profondità, non è la quantità che conta ma la qualità: vale a dire lo sforzo cognitivo che la scelta richiede. Per usare le parole dell’esperto di usabilità Steve Krug, tre clic spensierati sono meglio di un clic che richiede di pensarci.

La legge di Hick

Una legge in grado di fornire indicazioni affidabili su questi temi è la legge di Hick. Formulata negli anni Cinquanta dallo psicologo William Edmund Hick, la legge descrive il rapporto fra il tempo necessario a fare una scelta, il numero di scelte disponibili, e altre variabili.

Il risultato più importante di questa legge è che il tempo di scelta non aumenta in modo proporzionale al numero delle scelte presentate; viceversa, il tempo è più sensibile ad altre variabili, come il criterio secondo cui le scelte sono presentate, e il grado di abitudine (la nostra familiarità col sistema). Dal punto di vista del design dei menu, sono proprio queste ultime variabili ad essere rilevanti. Vale a dire che non è tanto il numero delle opzioni a impattare sul tempo di scelta, quanto l’ordine secondo sui sono presentate. Se la lista segue un criterio funzionale allo scopo e alle persone per cui è stata concepita, allora il tempo di scelta diminuisce, indipendentemente dal numero delle opzioni presenti.

Immaginiamo ad esempio una banca che offra molti tipi di conto: presentarli in ordine alfabetico è funzionale solo per coloro che sanno già il nome del prodotto che desiderano; per quanti invece vogliono esplorare le varie offerte potrebbe essere più utile un ordinamento per grado di complessità (dal conto con meno funzionalità e prezzo più basso, a quello più ricco e prezzo più alto).

Euristiche, bias cognitivi & co.

Il tema della scelta e del suo rapporto con l’architettura dell’informazione è un argomento complesso e vasto. Oltre alla legge di Hick, ci sono senz’altro molti altri aspetti che entrano in gioco. Per questi rimando agli articoli di Stefano Bussolon (negli approfondimenti, in fondo).

Conclusioni

Il design non è una scienza e non ci sono formule magiche che possano funzionare a priori. Tanto meno per i menu e le liste in genere. Il tempo e la difficoltà di scelta non dipendono infatti dal numero delle opzioni (o solo in parte), ma dal criterio con cui le opzioni sono presentate: cioè la loro “convenienza” rispetto allo scopo e al pubblico.

Per approfondire