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Mappa racconto e architettura dell’informazione

L’analogia tra mappa e racconto è fortissima: il processo che porta alla produzione di una mappa è il medesimo che porta alla scrittura di un romanzo.

La mappa come racconto

L’analogia tra mappa e racconto è fortissima. […] il processo che porta alla produzione di una mappa è il medesimo che porta alla scrittura di un romanzo. […] Ogni romanzo genera la mappa di un mondo condiviso da autore e lettore. Allo stesso tempo ogni mappa produce un racconto sul territorio, una serie di significati, che una volta condivisi dall’osservatore divengono vettori di senso (Luigi Farrauto, Mappe come romanzi).

Il progetto Urbino walk in progress ruota proprio attorno a questa idea: la mappa come storia, quella degli abitanti che vivono la città e quella della città inevitabilmente (ri)plasmata dal vissuto degli abitanti medesimi.

Storytelling e architettura dell’informazione

Che nesso ha tutto ciò con l’architettura dell’informazione? Pensando soprattutto all’applicazione al contesto urbano, mi viene in mente che il ruolo dell’architettura dell’informazione è in definitiva lo storytelling, creare storie o rendere visibili quelle che già esistono. Mi spiego meglio:

  1. rendere visibili informazioni o servizi relativi a luoghi o edifici (per migliorare o arricchire la nostra interazione con essi) è raccontare qualcosa di quegli elementi
  2. stabilire percorsi — correlare fra loro dal punto di vista informativo differenti nodi della città secondo criteri tematici, di utilità ecc. — è una forma di narrazione ancora più forte
  3. stabilire correlazioni a più livelli — fra luoghi e oggetti della città, il loro stato (traffico, orari ecc.) e item che appartengono ad altri contesti (media o canali) oltre lo spazio architettonico (documenti, contesto sociale ecc.) — è un tipo di narrazione ancora più complessa perché si svolge su più dimensioni.

In tutti i casi possiamo immaginare di generare storie secondo una duplice direzione:

  • top-down, ovvero storie-correlazioni fra oggetti e informazioni stabilite centralmente da qualcuno (l’amministrazione, il progettista ecc.)
  • bottom-up, ovvero storie-relazioni create dal basso dai cittadini stessi.

Gli abilitatori narrativi

Internet delle cose, social network, sistemi di georeferenziazione sono le penne e il supporto che permettono oggi a queste storie di materializzarsi e depositarsi sugli oggetti. In questo senso, trovo azzeccatissima la definizione di Giulio Lughi dei nuovi gadget digitali come abilitatori narrativi:

oggi i gadget digitali svolgono stabilmente il ruolo di gestori narrativi ed emozionali dei soggetti immersi negli ecosistemi di comunicazione sociale, e questo in due sensi: a) grazie ai gadget i soggetti sociali diventano narratori (nel momento in cui ad esempio taggano i luoghi che percorrono associandoli a frammenti del proprio vissuto); b) ma allo stesso tempo sono oggetto di una metanarrazione che deriva dal loro essere presenti sul territorio, dall’ininterrotto scambio di dati (in input e output) che il semplice fatto di tener acceso il cellulare comporta.

In prospettiva, l’odierno “uomo con lo smartphone” erede del flâneur baudelairiano, filtrato attraverso la rilettura di Benjamin, figlio del portatore di walkman immerso nella bolla comunicativa, sembra quindi avviato ad assumere attraverso la mediazione tecnologica le valenze simboliche di un nuovo rabdomante, intento a leggere/scrivere infiniti percorsi narrativi alla ricerca della propria identità dispersa nel macroipertesto della reticolarità contemporanea (Giulio Lughi, Gadget emozionali: microtecnologie per la comunicazione narrativa).

Raccontare queste storie significa alla fine rendere visibili “le microstorie delle persone in relazione agli oggetti”, come le chiama Bruce Sterling. A cui fa eco l’Institute For The Future che nel suo report Cities in Transition Forecast & Scenarios scrive:

Turn the city into a futures gameboard. Find ways to make alternative visions of the city visible. […] a new experience of 4D cities: urban landscapes that can be navigated not only in the three familiar spatial dimensions, but also in a data dimension, both historical and future (Institute for The Future, Cities in Transition: Forecast & Scenarios).

Il video del progetto Ubrbanflow Helsinki (di Nordkapp e Urbanscale) fornisce un’ottima sintesi di tutto questo.